Mario Adorf non c’è più. Forse a qualcuno il nome non dirà molto (capita a chi spesso viene relegato ai ruoli di comprimario o caratterista), eppure stiamo parlando di uno dei più grandi attori mondiali del Novecento; l’artista si è spento due giorni fa nella sua casa di Parigi, dopo una breve malattia, alla veneranda età di 95 anni. Era nato a Zurigo nel 1930, frutto di una relazione clandestina tra un’infermiera tedesca ed un medico calabrese, e concepito, secondo alcune fonti, a Siderno, nella nostra Locride.
Di costituzione corpulenta e con quei tratti marcati che lo rendevano più mediterraneo che nordico, Adorf si era ritirato una decina di anni fa, ma sicuramente molti ricorderanno la sua faccia granitica in più di 200 tra pellicole e serie tv di produzioni internazionali, soprattutto italiane, francesi o tedesche (in Germania, suo Paese d’adizione in cui si era formato come attore, era inserito tra i migliori esponenti del nuovo cinema teutonico della seconda metà del XX secolo), un volto che rubava la scena in pochi minuti, riuscendo a rimanere scolpito (con lui i riferimenti alla pietra ci stanno tutti!) profondamente nella memoria degli spettatori.
Per la mia generazione è stato soprattutto il Re “papà di Fantaghirò” nelle prime due stagioni dell’indimenticabile saga Fantasy dei primi anni ’90, è vero, ed il sottoscritto ha imparato a conoscerlo ed apprezzarlo solo verso la tarda adolescenza, tuttavia, sebbene fosse un attore famoso mai diventato divo, Adorf era parte integrante di quella schiera di artisti che, in diversi personaggi, non si limitano solo ad “interpretare una parte”, bensì ne subiscono una completa metamorfosi nel corpo, nello spirito e persino nei connotati, deformandosi in maschera (peraltro, l’unico grande scopo di ogni artista teatrale o cinematografico) infondendo di conseguenza un’anima nel ruolo e rendendolo non solo reale e credibile, ma finanche a tutto tondo con le peculiarità, le caratteristiche e le sfaccettature richieste dal copione, trasferendole direttamente sullo spettatore per generare empatia ed identificazione.
E il nostro Mario era tutto questo, un attore che adeguava sè stesso al ruolo che impersonava (e non il contrario), fungendo da significante del personaggio stesso; ho scritto sopra che la sua faccia sembrava scolpita nella pietra o nel marmo, ciononostante non era una pietra liscia, modellata, semmai grezza, spezzata e franosa che travolgeva tutto e tutti, molto spesso dura e impetuosa, altre volte allegra e alla mano, va da sé credibile in ogni film persino quando si andava oltre ogni verosimiglianza.
Nella sua lunga carriera (i primi ruoli a metà anni Cinquanta) spaziò nel cinema di grande respiro e recitò con i migliori registi internazionali, come Sam Peckinpah (Sierra Chiarriba), Jerzy Skolimowski (Un ospite gradito…per mia moglie), Volker Schlondorff e Margarethe Von Trotta (nella regia a quattro mani Il Caso Katarina Blum), Billy Wilder (Fedora), sempre Schlondorff nel controverso Il tamburo di latta, Rainer Werner Fassbinder (Lola) o Claude Chabrol (Giorni felici a Clichy).
Mario Adorf ha anche sostenuto una valanga di interpretazioni nel cinema italiano, diretto da cineasti di prim’ordine come Luigi Comencini, Antonio Pietrangeli, Valerio Zurlini, Sergio Corbucci, Dino Risi, Dario Argento, Florestano Vancini, Nanni Loy, Fernando Di Leo, Gianni Amelio e Liliana Cavani: nomi che non si può riuscire ad elencare tutti senza perdere il fiato!
Proprio i film di Di Leo, rilanciati dal solito Quentin Tarantino, hanno di fatto rispolverato il volto di Adorf tra le ultime generazioni: l’incontenibile e ultra violento Rocco Musco di Milano Calibro 9 (1972, in cui gareggia a suon di gigionerie col protagonista Gastone Moschin), un antagonista rabbioso e feroce, ma quasi simpatico per il bizzarro senso dell’etica, dell’onore e per l’inaspettata (quanto dolorosa) umanità che fa capolino nella parte finale, e il pappone Luca Canali di La mala ordina (1973, qui promosso a protagonista), un soggetto violento però più magnanimo e comprensivo del contesto malavitoso che lo circonda, brutale solo all’occorrenza e ben oltre la sospensione dell’incredulità (distrugge qualsiasi cosa a testate senza riportare mai la benché minima contusione!).
In Operazione San Gennaro di Risi (1966) si destreggia molto bene con la commedia al fianco di Nino Manfredi e dell’immortale Totò nella parte di Sciascillo, il gigantesco ma tonto guardaspalle del protagonista Dudù: anche qui, inutile dirlo, credibilissimo e spontaneo.
Indimenticabile è soprattutto il Mussolini degli inizi nel Delitto Matteotti di Florestano Vancini (1973), uno dei due migliori e complessi “duci” della storia del cinema (l’altro è Rod Steiger in Mussolini, ultimo atto di Carlo Lizzani): il suo è un Mussolini tentato dall’autoritarismo, ma ancora in equilibrio lungo il filo della democrazia, tremebondo dinanzi all’incalzare dello squadrismo eppure deciso a conservare il potere ad ogni costo, sottoposto nel corso del film ad una trasformazione fisica e radicale da scaltro capo del governo a futuro dittatore del ventennio fascista. E come dimenticare il direttore del circo nell’iconico Pinocchio di Comencini? (vi aspettavate dicessi Mangiafuoco, vero? E invece no, nella serie TV Rai lo interpretava Lionel Stander)
Che altro dire, addio ad un grande calabro – svizzero dello spettacolo che, si spera, adesso otterrà tutti i riconoscimenti che merita.

