
Claudia Cardinale ci ha lasciati per sempre a 87 anni, silenziosamente e all’improvviso, spegnendosi nella sua dimora francese di Nemours, cittadina ad 80 km da Parigi, al termine di una lunga malattia.
E tutti noi adesso dobbiamo riflettere come, con la sua scomparsa, si sia ormai assottigliato il numero delle “dee del cinema”: sì, perché la storia del cinema è suddivisa in tante epoche e tra queste possiamo tranquillamente annoverare quella delle dive, icone indimenticabili che non riusciremo mai più a sradicare dal nostro immaginario contemporaneo, diametralmente opposta a quella odierna delle attrici, bravissime e talentuose quanto vogliamo, ma sprovviste di quell’aura magica che avvolgeva la settima arte d’un tempo.
Magica e divina lo era davvero la nostra Claudia, soprattutto per una ragione: a differenza di molte sue colleghe dell’epoca d’oro del cinema italiano e mondiale, lei non interpretava solo ruoli iconici, ma era sempre protesa a rappresentare un ideale femminile variegato e complesso, costantemente mutevole e in divenire nonché applicato ai tempi che cambiavano: lo si può osservare proprio con la parte che la consacrò star, la ragazza sorridente, enigmatica e vagamente inquietante di 8 1/2 di Federico Fellini, così evanescente eppure colma di vitalità da illuminare il tono cupo della pellicola del regista riminese (o forse sono io a considerarlo tetro, giacché i film felliniani mi piacciono molto malgrado quella loro angoscia oppressiva), fantasmatica al punto che forse nessuno è mai riuscito a capire cosa simboleggi (l’ispirazione? Un desiderio inconscio di fuga o semplicemente la sublimazione d’un ricordo rimosso?).
Come nel capolavoro del Maestro, è stata un’idea di donna destinata forse ad una vita da casalinga, ma decisa ed anche furbetta (I soliti ignoti di Monicelli), una consorte apparentemente spenta e sottomessa, in realtà custode di un orribile segreto (Un maledetto imbroglio di Germi), una ragazza innamorata che accetta di sposare il fidanzato, ma alle proprie condizioni (Rocco e i suoi fratelli di Visconti). Ho citato solo i titoli più famosi, ma se ne potrebbero aggiungere altri, specialmente le pellicole in cui la Cardinale si è ritrovata a vestire i panni di donne desiderose di riscatto ed emancipazione, cui la vita presenta delle prove da superare, non sempre facili e con epiloghi drammatici o toccanti, ma rappresentative del clima sociale che stava cambiando negli anni Sessanta: da La ragazza di Bube, tormentata dai sentimenti per due uomini, all’altra Ragazza con la Valigia di Valerio Zurlini, una protagonista libera ma indotta a sbattere letteralmente il muso su relazioni inconcludenti con maschi altrettanto sconclusionati, vanesi o immaturi; per non dimenticare la sublime Angelica Sedara del Gattopardo (di sicuro il suo ruolo più celebre), personificazione di un duplice cambiamento: i punti di vista ribaltati per la classe aristocratica e un definitivo salto di qualità per gli arricchiti, dapprima considerata con sospetto dalla famiglia Salina per poi essere ben accolta con un persistente pizzico di rassegnazione, causa la consapevolezza dell’irrimediabile scomparsa di un intero mondo.
Per non parlare di due ruoli praticamente identici eppure molto distanti: l’epicamente volitiva e tosta ex prostituta Jill di C’era una volta il West di Sergio Leone, una delle sue parti più intense, il cui sguardo profondo in primissimo piano (altro che gli occhi spaccanti!) lasciano presagire colpi di scena e risvolti di trama senza neppure bisogno di proferire parola, una donna talmente battagliera e piena di rivalsa da rimanere la sola padrona del campo (visivo) mentre i cowboy escono mestamente di scena nell’ultima, struggente, inquadratura. Anche qui ci sono la fine di un mondo e la speranza di una rinascita come nel Gattopardo. E poi il suo ribaltamento nell’altra ex meretrice Carmela della commedia Bello, onesto, emigrato in Australia…, meno affascinante di Jill e certo più volgare, ma accomunata a lei dalla stessa disperata brama di cambiare repentinamente vita anche se il prezzo da pagare è prendere in giro un povero Alberto Sordi intimidito dalla sua bellezza e vitalità: un personaggio caricaturale e mosso non tanto dal desiderio di conquistare la libertà come la donna leoniana, ma di colmare una solitudine altrimenti irrimediabile sottraendosi alla condanna di una squallida vita da strada, ma adeguandosi parimenti ad un’esistenza misera che forse con il tempo riuscirà ad accettare (neppure il divertente finale alla stazione assolata nel deserto australiano riesce a renderla più sopportabile).
Ho volutamente ricordato solo i suoi film più iconici tra le oltre 150 pellicole a cui ha preso parte nel corso della carriera, ma sono sicuro che i lettori ricorderanno qualcosa di più rispetto a quanto ho vergato fino a qui (lo so, non ho menzionato Il giorno della civetta, Nell’anno del Signore o I guappi e neppure l’herzoghiano Fitzcarraldo, ma un giorno ne parlerò, promesso)
Dunque, buon viaggio, suadente Claudia: le dee non si disturbano, si salutano con devozione e a bassa voce.
